di P. F.
Qual è il futuro della musica? La tv quanto può contribuire a sostenerla? E oltre a Sanremo c'è di più? Sono alcune delle domande che ultimamente ci si pone spesso. E così noi di
Televisionemania.it abbiamo pensato di chiedere il parere di una professionista come Silvia Chiminelli, vocal coach con alle spalle un lungo e prestigioso percorso professionale
alla Scala di Milano nonché ideatrice di OltreVoce Urban Choir (primo coro pop italiano), che ha da poco pubblicato un libro dal titolo “UnMastered Voice: Verità e assurdità
dal mondo del Vocal Coaching” (disponibile su Amazon).
Cosa è rimasto secondo lei dell'ultimo Sanremo? Il Festival ha ancora la capacità di fare da vetrina a canzoni destinate a rimanere nel tempo?
«Innanzitutto, come ogni anno, restano le polemiche – e questo ormai fa quasi parte del gioco. È evidente che un evento come il Festival di Sanremo non possa mettere tutti d’accordo. Credo
però che, più che la loro presenza, sia importante la qualità del dibattito: quando si discute davvero di musica, di interpretazione e di valore artistico, il Festival torna ad avere un senso più
profondo.
Sanremo è, e dovrebbe restare, il festival della canzone. Ma il brano vive attraverso l’artista, che ha la responsabilità di restituirlo con competenza, padronanza vocale, identità e capacità
interpretativa. È in questo incontro che nascono le canzoni destinate a rimanere nel tempo. Non è vero che oggi questo non sia più possibile: credo piuttosto che spesso non venga perseguito fino
in fondo.
All’estero esistono esempi molto chiari di artisti emersi da contesti televisivi o competitivi che hanno poi costruito carriere solide e durature, come Adele, Leona Lewis, Kelly Clarkson,
Jennifer Hudson o gruppi come gli One Direction. Senza dimenticare realtà storiche come l’Eurovision Song Contest, che ha lanciato artisti come gli ABBA o Céline Dion. Questo dimostra che
il talento, quando viene riconosciuto e sostenuto, può arrivare al grande pubblico.
Anche in Italia il talento non manca: il punto è creare contesti in cui possa emergere davvero, permettendo al pubblico di riconoscerlo e, soprattutto, di emozionarsi attraverso la musica, senza
che tutto si riduca alle polemiche».
La fruizione della musica in streaming sta rendendo secondo lei l'ascolto "mordi e fuggi"?
«La fruizione in streaming ha sicuramente cambiato il modo di ascoltare musica, rendendolo più veloce e, in molti casi, più superficiale. Le piattaforme come Spotify o Apple Music favoriscono un
consumo immediato, dove si passa facilmente da un brano all’altro senza un vero tempo di assimilazione.
Detto questo, non credo che il problema sia lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa. Lo streaming offre anche un’opportunità straordinaria: accesso illimitato alla musica, scoperta, possibilità
di approfondimento. Io ad esempio, con Spotify scopro cantanti nuovi. Il punto è che oggi manca spesso un’educazione all’ascolto. Senza quella, tutto rischia di diventare “mordi e fuggi”.
Con quella, invece, anche lo streaming può diventare uno strumento potentissimo per formare un gusto consapevole.
Come nella vocalità, non è la tecnologia a fare la differenza, ma la competenza e la sensibilità di chi la utilizza».
Cosa pensa della musica in tv oggi?
«La televisione resta uno dei veicoli più potenti per la diffusione della musica, e proprio per questo credo abbia una grande responsabilità culturale.
Quando la musica viene proposta in TV, dovrebbe avere il valore di un contenuto che educa, oltre che intrattiene. Questo non sempre accade, e forse è su questo punto che si può ancora crescere.
Credo che dare spazio a professionisti veri, con competenza e solidità artistica, sia fondamentale per elevare la qualità complessiva. Allo stesso tempo, è importante creare contesti in cui il
talento possa emergere in modo autentico, senza scorciatoie. La direzione dovrebbe essere quella di un equilibrio tra intrattenimento e qualità, perché la televisione può e deve essere
anche uno strumento di cultura musicale»
Un giovane che volesse fare musica oggi ha solo i talent come possibilità?
«Un giovane che oggi vuole fare musica ha molte più possibilità rispetto al passato, e i talent rappresentano solo una delle strade possibili, non l’unica.
Ai miei allievi non do indicazioni rigide: ciascuno deve trovare il percorso più adatto alla propria personalità e al proprio livello di preparazione. I talent possono essere un’opportunità, ma
richiedono grande consapevolezza, perché espongono molto e in tempi molto rapidi. I dati ci dicono che solo una piccola parte di chi partecipa riesce poi a costruire una carriera duratura, mentre
molti altri non proseguono. Questo non significa che i talent siano negativi, ma che non sono automaticamente una garanzia di successo. Per questo ritengo molto importanti anche altri percorsi,
oggi più accessibili grazie ai social e alle piattaforme digitali, che permettono all’artista di costruire la propria identità in modo più graduale e autonomo.
Se utilizzati con intelligenza, strumenti come i social possono diventare un mezzo potente per farsi conoscere e creare un proprio pubblico, mantenendo però sempre controllo e coerenza artistica.
In passato l’unica strada era quella di bussare alle porte e sperare di essere ascoltati. Oggi gli strumenti sono cambiati: la differenza la fa la consapevolezza con cui si scelgono e si
utilizzano».
Cosa si augura per il panorama musicale italiano?
«Mi auguro, semplicemente, un piccolo miracolo: che torni al centro la qualità. Che si dia più spazio alla competenza, alla formazione e a percorsi artistici solidi, e che il pubblico possa avere
accesso a musica che rimanga nel tempo.
Il panorama musicale italiano ha grandi potenzialità: servono però visione, coraggio e la volontà di cambiare».
crediti foto: ufficio stampa Silvia Chiminelli
